Lucca napoleonica: appunti sulla città

Nel 60° anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, anche Lucca celebra il profondo legame con la tradizione francese instaurato a partire dall’800 con il governo di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone Bonaparte.

“Lucca napoleonica: appunti sulla città”, questo è il titolo del percorso espositivo curato dall’associazione culturale “Napoleone ed Elisa: da Parigi alla Toscana” con la collaborazione del Comune di Lucca ed il contributo della società partecipata Geal SpA.

Lucca Napoleonica

L’esposizione rientra nell’ambito del più generale progetto “Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone ed Elisa”, portato avanti già dal 2002 dall’associazione presieduta da Roberta Martinelli attraverso un filone di studi di livello internazionale sui napoleonidi a Lucca e in Toscana, e una lunga serie di eventi divulgativi molto seguiti.

L’esposizione è allestita a Villa Bottini  in via Elisa 9 a Lucca ed è stata inaugurata sabato 14 maggio, sarà visitabile a partire da lunedì 16 maggio a venerdì 27 maggio, ad ingresso libero, nei seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle ore 13.30 e dalle ore 15 alle ore 18.30; il sabato dalle ore 12 alle ore 18 e la domenica dalle ore 9.30 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 18.30.

Il percorso comprende 18 pannelli fotografici e testuali, che spiegano in un linguaggio accessibile a tutti, grandi e piccoli, con lo stile divulgativo e il rigore scientifico che caratterizza tutte le iniziative dell’associazione, come era la città al tempo di Elisa Bonaparte Baciocchi che fu Principessa di Lucca, Massa e Piombino dal 1805 al 1814, e Granduchessa di Toscana dal 1809 al 1814.

Particolare rilievo è dato alle innovazioni apportate da Elisa in ambito igienico e civile, come l’introduzione del vaccino contro il vaiolo, la pulizia della città, la progettazione dell’acquedotto (oggi del Nottolini) per l’approvvigionamento idrico della città attraverso una fitta rete di fontane (progetto che sarà poi realizzato dalla sovrana che le succederà, Maria Luisa di Borbone).

Oltre al cambiamento architettonico che la città attraversò, ve ne fu anche uno olfattivo: Elisa infatti fece piantare a Lucca nuove specie vegetali come le magnolie (che ancora oggi fioriscono in corso Garibaldi, allora percorso da un canale aperto), mimose, tigli (che profumano sulla cerchia muraria). La Lucca napoleonica doveva essere come Parigi, e pertanto ospitò per 10 anni i migliori artigiani della capitale francese, per abbellire ambienti interni ed esterni, e le residenze dei sovrani a Lucca (Palazzo Ducale, sede di rappresentanza; Villa Bottini; Villa Reale a Marlia) e Bagni di Lucca.

Tra le curiosità meno note che si possono trovare in mostra è questa Osteria e Locanda della Luna, che con le sue oltre 10 camere, sale, salette, 3 cantine, una grande stalla ed una posizione strategica nella zona di Porta San Pietro e in prossimità del palazzo del Governo, fu una delle attività che scomparvero, insieme all’intero isolato di fronte a Palazzo Ducale, che l’urbanista Elisa volle abbattere perché la sede del governo avesse una degno fronte facciata e una piazza alla francese, proprio come la vediamo oggi. Per contro i Lucchesi, ancora dolenti per quell’abbattimento, ancora oggi nel linguaggio comune la chiamino “piazza Grande” e non “piazza Napoleone”, come la Principessa volle, dedicando al fratello la statua centrale, che invece fu poi fatta sua da Maria Luisa di Borbone (fattezze attuali).

Spettacolo di danze napoleoniche alla Corte di Elisa Baciocchi

Torna a Palazzo Ducale il ballo stile Impero, in costume d’epoca.
Si tiene domenica 15 maggio alle 16,30 a ingresso libero nel Salone degli Staffieri, Invito a Palazzo: appuntamento con la danza storica e con lo “Spettacolo di danze napoleoniche alla Corte di Elisa Baciocchi”.

Nelle sale monumentali che furono per quasi 10 anni della Principessa di Lucca, Massa e Piombino (1805-1814) e Granduchessa di Toscana (1809-1814), e che come molta dell’architettura della città vide una rivoluzione strutturale in chiave parigina, tornano a risuonare note e passi di epoca Impero.
A presentare l’evento alla stampa Renato Bonturi, membro del consiglio provinciale, il vicesindaco di Lucca, Ilaria Vietina, e Roberta Martinelli, presidente dell’associazione “Napoleone ed Elisa:da Parigi alla Toscana”, insieme a Donald Francis, Maestro di ballo e direttore de L’Atelier de Danse ed esperto a livello internazionale di danze del periodo Impero, e Margarita Martinez, organizzatrice dell’evento e già direttore di scena dell’Opera Australia e del Victoria Opera.
È infatti l’Atelier de Danse di Firenze, con venti allievi in costume napoleonico, a portare queste danze a Palazzo (come già nel 2012 col progetto Bonesprit in occasione del compleanno di Elisa Napoleona, figlia di Elisa), con musiche dal vivo (contredanse e valzer composti per le feste da ballo nei palazzi imperiali dei primi anni dell’Ottocento) eseguite sotto la direzione di Valentino Zangara.
Il pomeriggio danzante, che prevede momenti di coinvolgimento con il pubblico, è il culmine di un week end napoleonico organizzato da Margarita Martinez in collaborazione con i Comuni di Bagni di Lucca e Barga riservato a un gruppo di 150 danzatori provenienti da tutta Europa. Un fine settimana culturale in cui sarà possibile incontrarli, in abito d’epoca, passeggiare per le vie di Lucca, ma anche Bagni di Lucca e Barga, durante le loro visite ai luoghi di Elisa.
A questo prestigioso evento, che rafforza i legami tra Lucca e la rete della valorizzazione del patrimonio napoleonico, hanno dato attiva collaborazione la Prefettura di Lucca, la Provincia di Lucca, i Comuni di Lucca, Bagni di Lucca e Barga e il Teatro del Giglio.

 

 

“…e penso a te. Storie di sentimenti e fedeltà ad Asnières-sur-Seine”

Storie di cani e padroni. Che non si lasciano mai. Sono tutte raccolte nel grande cimitero monumentale di Asnières-Sur-Seine, a pochi chilometri da Parigi, il primo al mondo ad aver raccolto le spoglie di animali da compagnia. Ricchi e poveri, personaggi dello spettacolo e comuni quadrupedi, semplici cittadini ed eroi di guerra. Ma ciascuno il più bello del mondo, per il rispettivo padrone. A scovarlo, sulle tracce degli studi dedicati a Napoleone ed alla sua Grande Armata, l’associazione “Napoleone ed Elisa: da Parigi alla Toscana”, che domenica 4 ottobre alle 17 nella sala Mario Tobino di Palazzo Ducale (Cortile Carrara, 1 – Lucca), presenta “…e penso a te. Storie di sentimenti e fedeltà ad Asnières-sur-Seine (Parigi) 1899-2015”, relatrice Velia Gini Bartoli.

Ingresso al cimitero di Asnières

Ingresso al cimitero di Asnières

Si tratta di un incontro del tutto speciale, aperto a bipedi e quadrupedi, nato in seguito al grandissimo apprezzamento e interesse per “Soldati a 4 zampe”, la serata tenuta sempre da Velia Gini e Simonetta Giurlani Pardini nell’ambito delle conversazioni napoleoniche estive del 2014.

Grazie infatti al progetto di studi in archivi italiani e francesi su materiali inediti “Da Parigi alla Toscana: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa”, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con il patrocinio del Comune di Lucca e in collaborazione con la Provincia di Lucca, l’associazione ha potuto seguire le impronte di Moustache, medaglia d’oro al valor militare nelle campagne napoleoniche, sino al luogo in cui tutt’oggi riposa: il cimitero monumentale di Asnières.

Voluto dalla giornalista Marguerite Durand, direttrice del giornale “La Fronde” e costruito nel 1899, qui riposano cani famosi come attori, tra cui due Rin Tin Tin, cavalli, una giraffa, alcune scimmie (“Arrivederci piccola: sei stata la gioia della mia vita”, è la dedica allo scimpanzé Kiki), tartarughe, pappagalli, montoni, criceti, conigli, uccelli, piccioni, una volpe del deserto e persino una gallina (“Alla mia Cocotte affezionata… Non sarai mai dimenticata”, le scrive la sua maitresse nel 1922). C’è il cane di Alexandre Dumas, di Camille Saint-Saëns, della regina di Ungheria e di altri personaggi noti.

Marguerite Durand con la sua leonessa

Marguerite Durand con la sua leonessa

Molte sono le tombe di animali famosi e di animali di persone famose, prìncipi, re e regine – racconta Velia Gini Bartoli – ma anche di animali domestici anonimi che i loro proprietari hanno voluto ricordare in segno di un gallinaaffetto che si proietta ben oltre la loro morte. In alcuni casi i patronimici fanno commuovere, in altri fanno sorridere, così come i diversi ‘monumenti’ derivati da culture e gusti molto diversi ma tutti, indistintamente, espressione di sentimenti e legami fortissimi che impongono rispetto. In alcune tombe, monumentali, singole o multiple, sono ritratti anche animali con i loro proprietari”. 

Ma il primo animale ad essere sepolto lì, non fu esattamente un cane. Piuttosto un gatto di grandi dimensioni. Una leonessa, per la precisione. La sua padrona non era proprio una signora qualunque. Si chiamava Marguerite Durand ed era femminista, giornalista e direttrice del giornale “La Fronde”, giornale progressista. Era il 1899 e Madame, con la società anonima “Amici del cimitero degli animali”, acquistò un grande appezzamento lungo la senna dove seppellire la sua “Tigre” (questo il nome della leonessa). Era un posto tranquillo, verde e pieno di luce, scelto anche dagli impressionisti per dipingere en plein air.

Si arricchì nei decenni successivi di giardini e monumenti molto importanti, realizzati da altrettanto importanti artisti parigini tra cui l’architetto Eugène Petit, che fece il portale d’ingresso in pieno stile Art Nouveau.

In pochi anni, il cimitero si riempì, segno che di quel luogo, di quella funzione, i padroni, più dei cani, avevano un gran bisogno.

Oggi sono decine di migliaia gli animali che lì trovano sepoltura (nel 1958 fu accolto il 40millesimo, un randagio che andò a morire lì, cui venne dedicata una lapide). Tra di loro, ben due Rin Tin Tin. Il primo, oltre ad essere un eroe del cinema fu un eroe di guerra: il suo padrone lo aveva trovato cucciolo in trincea nel 1918. Alla fine della Grande Guerra, lo portò in America, dove divenne famoso a Hollywood, ma per seppellirlo, volle riportarlo a Parigi. Il secondo, è il pastore tedesco protagonista dei telefilm degli anni Sessanta.

Quanto ai monumenti, il primo che la Società anonima fece erigere, nel 1900, fu quello di Barry I° dell’ospizio del Gran San Bernardo, il cane leggendario che salvò molte vite soprattutto dei soldati dell’esercito napoleonico. Accanto a lui una targa commemorativa che ricorda l’ancora più famoso Moustache, fedele accompagnatore dei cacciatori a piedi della Guardia napoleonica.

È del 1912 il monumento alla memoria dei cani della polizia morti in servizio, tra cui Dora, Mira e Turc: non solo agenti decorati a pieno titolo ma anche star nella propaganda della nuova scuola di addestramento di cani da trincea e salvataggio di Asnières, che tanta parte hanno avuto durante la prima guerra mondiale, chi per salvare uomini, chi per stare in trincea, chi per fare da staffetta. E a tutti i cani che sono rimasti a fianco dell’uomo in questa orribile vicenda è dedicato un commovente, dolcissimo monumento, quello alla mascotte Mémère, che li racconta tutti. Ai suoi piedi oggi riposano anche Dora, Mira e Turc.

Ce n’è una, specialissima, dedicata a Tipsy, una canina sepolta nel 2003, dalla proprietaria miliardaria americana, con un piccolo collare di diamanti del valore di 9mila euro. La tomba fu profanata ma oggi, dopo inchieste della polizia, campagne mediatiche e restauro della tomba, la barboncina riposa in pace con un collare senza pretese.

Tomba di Tipsy

Tomba di Tipsy

Nel cimitero sono accolti anche cani e gatti “poveri”, le cui sepolture sono mantenute dai ricavati delle vendite dei loculi di quelli ricchi. Esattamente come la tomba del gatto Mimì, fatta apposta perché sotto la sua edicola possano rifugiarsi i suoi simili.

Oggi, il cimitero di Asnières è proprietà della Municipalità cittadina e bene tutelato dallo Stato. Nel 1987 infatti, la Società anonima che non riusciva più a far fronte alla gestione, decise di chiuderlo. Ma la decisione suscitò grande emozione e la città di Asnières progettò un piano per mantenerlo in attività. Lo stesso anno il cimitero venne infatti classificato tra i monumenti storici, artistici e “leggendari” di Parigi. Nel 2001 è stato completato il restauro dei giardini e realizzato un gattile che ospita una colonia numerosa.

La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”.

M. K. “Mahatma” Gandhi

Chi ha perso davvero a Waterloo?

È con questa domanda che ieri martedì 18 agosto, a partire dalle 21,30 nel chiostro di San Micheletto, si è tenuta la seconda delle Conversazioni Napoleoniche 2015.

Dopo il primo appuntamento di lunedì 17 con Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini, intervistate anche dai canali radiofonici nazionali sull’argomento della carrozza di Napoleone, il docente universitario di storia, storico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondation Napoléon di Parigi, Peter Hicks, ha affrontato un tema che può apparire scontato, ma non lo è.

Napoleone, certo, fu sconfitto 200 anni fa, il 18 giugno sul campo di battaglia belga, ma fu solo lui a perdere?

Così come la carrozza di Napoleone, esposta a Londra, vide una folla di inglesi curiosi accalcarsi su di essa nella speranza di cogliere un senso al termine di quella storia, di quella vicenda politica e personale, di quel nemico che li aveva preoccupati e impegnati per tanto tempo, la Gran Bretagna ebbe reazioni contrastanti di fronte alla caduta di Napoleone.

The Chelsea Pensioners reading the waterloo dispatch. 1822

L’acerrimo nemico era sconfitto, e le campane di Londra suonarono a festa appena giunta la notizia, il 22 giugno 1815.

E si accesero falò, si celebrarono ringraziamenti a Dio per la vittoria, e si pubblicarono memorie della battaglia…

Ma il Governo di questo regno di quattro nazioni unite solo recentemente, aveva ben altri problemi.

Tra classi sociali in cerca di una ridefinizione, la disoccupazione conseguente la rivoluzione industriale, la smobilitazione dei soldati e la sovra-produzione, l’effetto adrenalinico di Waterloo fece presto a svanire.

Non a caso nel 1819 a Manchester, il massacro della popolazione in rivolta condotto dai veterani della cavalleria che aveva vinto a Waterloo, fu ribattezzato “di Peterloo”: non certo un trionfo nazionale, ma un iconico, inutile, illiberale massacro.

A Waterloo… in carrozza!

Un argomento singolare quello con cui ieri, lunedì 17 agosto si è aperta la nona edizione delle Conversazioni Napoleoniche, il tradizionale appuntamento estivo dell’agosto culturale lucchese che si svolge nell’ambito del progetto Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa, ideato da Roberta Martinelli con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Livorno.

Come era solito viaggiare l’Imperatore e cosa ne fu del suo mezzo dopo la sconfitta?

Progettista, inventore, stratega, Napoleone non poteva che avere un mezzo di trasporto all’altezza delle sue esigenze.

Tanto che, comme d’habitude, lo progettò lui stesso, facendolo eseguire dal suo carrozziere Paul Getting.

Non era una semplice carrozza, ma un mezzo versatile, funzionale, a rapida ed altissima trasformabilità, proprio come le imbarcazioni veloci di oggi.

È infatti a modello di quella carrozza che esse, negli anni Settanta del Novecento, iniziarono ad essere progettate: mobili che si trasformano a seconda dell’uso e che restano sempre compatti, una rete sopra la testa per tenere le carte, letto e tavolo a scomparsa, libri editi in versione pocket da leggere grazie alla lampada presente sul cocchio, per risparmiare spazio ed olio.La carrozza di Napoleone a Londra

Un mezzo con ogni comfort e lusso, soprattutto per la scelta dei materiali di grande qualità, ma anche leggero per potersi muovere velocemente sul campo.

Dentro, diversi oggetti, dal nécessaire per i denti al burnus rosso comprato durante la campagna in Egitto, dal quale non si separa mai, stoviglie e candelabri raffinati per poter ospitare nella sua berlina personalità di rilievo durante i viaggi, tutti sistemati in modo da poter essere trasportati senza danni, e infine il suo bidet de campagne in argento e mogano, attualmente conservato al Museo nazionale di Fountainebleau.

Questi capolavori “in miniatura” danno l’opportunità di scoprire lo spirito d’innovazione del tempo, le capacità tecniche e il senso estetico di artigiani come l’orafo ebanista Biennais e orologiaio di genio, Breguet, che determinerà una svolta nella storia dell’orologeria con le sue invenzioni e innovazioni come la creazione del primo orologio da polso al mondo realizzato per Carolina Bonaparte nel 1812.

Cosa ne fu di tutto questo?

Nonostante l’iconografia legata a Waterloo ritragga, al momento della sconfitta, Napoleone che esce dalla sua carrozza, in realtà in quel momento egli era già lontano.La cattura di Napoleone

La carrozza passerà di mano in mano, per finire nel 1816 a Londra nelle mani di William Bullock, dove diverrà la principale attrazione per 220.000 visitatori inglesi curiosi di vedere come viveva il Grande Sconfitto.

 

Conversazioni napoleoniche 2015: a Waterloo, 200 anni dopo

A Waterloo, 200 anni dopo.

È questa la meta delle Conversazioni Napoleoniche di quest’anno, appuntamento estivo che da nove edizioni caratterizza l’agosto culturale lucchese, che si svolge nell’ambito del progetto “Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa”, ideato da Roberta Martinelli con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione di Livorno.

E di quale altro luogo e tempo si potrebbero interessare le Conversazioni 2015, nell’anno in cui ricorre il bicentenario di una delle date chiave della storia europea e mondiale, la sconfitta per eccellenza, nonché la fine della vicenda politica e storia del mito tra i miti?

L’iniziativa è stata presentata alla stampa dal sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, dal vicepresidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Maido Castiglioni  e da Roberta Martinelli, direttore dei Musei delle Residenze Napoleoniche dell’isola d’Elba (1998-2013) e ideatrice del progetto, insieme ai relatori Velia Gini Bartoli, Simonetta Giurlani Pardini e Pier Dario Marzi.

Come in un loop temporale, lunedì 17, martedì 18 e mercoledì 19 agosto, sempre nel chiostro di San Micheletto alle 21,30 a ingresso libero, grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che sostiene il progetto dal 2007, si parlerà di cosa accadde quel 18 giugno del 1815. Di come Napoleone ci arrivò, fisicamente, con la sua carrozza (la prima sera con Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini), di quello che accadde, raccontato dal cinema non senza l’uso di particolari cruenti e sanguinosi (l’ultima sera, con Pier Dario Marzi), e di cosa significò, quella sconfitta, per i più acerrimi nemici dell’Empereur: gli Inglesi (la seconda sera, con Peter Hicks della Fondation Napoléon di Parigi).

Da tre anni, l’associazione “Napoleone e Elisa: da Parigi alla Toscana” collabora con il Cineforum Cinit Ezechiele 25,17, uno dei riferimenti culturali a livello provinciale per il cinema, e da prima con il progetto internazionale di studi napoleonici Bonesprit della Provincia di Lucca. Dall’anno scorso, le conversazioni e il progetto “Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa” sono sostenuti anche dal Comune di Lucca, nell’ambito dello sviluppo turistico e culturale della Lucca napoleonica. Come ha rilevato il sindaco Alessandro Tambellini durante la conferenza stampa, “Le vicende napoleoniche hanno infatti grandemente influito sulla storia di Lucca, segnando un’epoca particolarmente vivace e ricca di innovazioni che ha lasciato una rilevante eredità storico, artistica e culturale evidente nella conformazione urbanistica attuale”.

Ernest Crofts - Evening at Waterloo, 1879

Ernest Crofts – Evening at Waterloo, 1879

Ecco il programma:

Lunedì 17 agosto ore 21,30 “A Waterloo… in carrozza”, di Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini.

Come viaggiava l’Imperatore? E cosa ne fu del suo mezzo dopo la sconfitta? Progettista, inventore, stratega, Napoleone non poteva che avere un mezzo di trasporto all’altezza delle sue esigenze. Tanto che, comme d’habitude, lo progettò lui stesso, facendolo eseguire dal suo carrozziere Paul Getting.

Non era una semplice carrozza, ma un mezzo versatile, funzionale, a rapida ed altissima trasformabilità, proprio come le imbarcazioni veloci di oggi. È infatti a modello di quella carrozza che esse, negli anni Settanta del Novecento, iniziarono ad essere progettate: mobili che si trasformano a seconda dell’uso e che restano sempre compatti, una rete sopra la testa per tenere le carte, letto e tavolo a scomparsa, libri editi in versione pocket da leggere grazie alla lampada presente sul cocchio, per risparmiare spazio ed olio. Un mezzo con ogni comfort e lusso, soprattutto per la scelta dei materiali di grande qualità, ma anche leggero per potersi muovere velocemente sul campo.

Dentro, diversi oggetti, dal nécessaire per i denti al burnus rosso comprato durante la campagna in Egitto, dal quale non si separa mai, stoviglie e candelabri raffinati per poter ospitare nella sua berlina personalità di rilievo durante i viaggi, sistemati in modo da poter essere trasportati senza danni, e infine il suo bidet de campagne in argento e mogano, attualmente conservato al Museo nazionale di Fountainebleau. Questi capolavori “in miniatura” danno l’opportunità di scoprire lo spirito d’innovazione del tempo, le capacità tecniche e il senso estetico di artigiani come l’orafo ebanista Biennais e orologiaio di genio, Breguet, che determinerà una svolta nella storia dell’orologeria con le sue invenzioni e innovazioni come la creazione del primo orologio da polso al mondo realizzato per Carolina Bonaparte nel 1812.

Cosa ne fu di tutto questo? Nonostante l’iconografia legata a Waterloo ritragga, al momento della sconfitta, Napoleone che esce dalla sua carrozza, in realtà in quel momento egli era già lontano. La carrozza passerà di mano in mano, per finire al Museo Bullok di Londra, dove diverrà la principale attrazione per 220.000 visitatori inglesi curiosi di vedere come viveva il Grande Sconfitto.

Martedì 18 agosto ore 21,30 “Chi ha perso davvero a Waterloo? La Gran Bretagna tra le campane della vittoria e la vicenda di Peterloo”, di Peter Hicks, docente universitario di storia, storico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondation Napoléon di Parigi.

Così come la carrozza di Napoleone, esposta a Londra, vide una folla di inglesi curiosi accalcarsi su di essa nella speranza di cogliere un senso al termine di quella storia, di quella vicenda politica e personale, di quel nemico che li aveva preoccupati e impegnati per tanto tempo, la Gran Bretagna ebbe reazioni contrastanti di fronte a Waterloo.

L’acerrimo nemico era sconfitto, e le campane di Londra suonarono a festa appena giunta la notizia, il 22 giugno 1815. E si accesero falò, si celebrarono ringraziamento a Dio per la vittoria, e si pubblicarono memorie della battaglia… Ma il Governo di questo regno di quattro nazioni unite solo recentemente, aveva ben altri problemi. Tra classi sociali in cerca di una ridefinizione, la disoccupazione conseguente la rivoluzione industriale, la smobilitazione dei soldati e la sovra-produzione, l’effetto adrenalinico di Waterloo fece presto a svanire. Non a caso nel 1819 a Manchester, il massacro della popolazione in rivolta condotto dai veterani della cavalleria che aveva vinto a Waterloo, fu ribattezzato “di Peterloo”: non certo un trionfo nazionale, ma un iconico, inutile, illiberale massacro.

Waterloo, di Sergej Bondarchuk

Waterloo, di Sergej Bondarchuk

Mercoledì 19 agosto ore 21,30, “Napoleone in guerra: l’occhio della cinepresa tra le divise insanguinate, di Pier Dario Marzi, grazie alla collaborazione con il Cineforum Cinit Ezechiele 25,17.

Un aspetto dell’esistenza di Napoleone che è stato universalmente riconosciuto, al di là delle simpatie che l’Imperatore aveva ed ha raccolto, è quello della sua abilità militare e bellica: una sorta di unicum nella Storia. Il cinema ha guardato con rispetto alla figura di Napoleone, scavando spesso nel privato, non mancando di mettere in scena proprio le sue imprese in battaglia. In questa serata, grazie alla proiezione di alcuni spezzoni di pellicole scelte, si potrà riscoprire il cinema napoleonico nei suoi aspetti bellici in tutta la loro spettacolarità e crudezza, partendo dalle battaglie di Abel Gance fino al film bellico per eccellenza che è il Waterloo di Bondarchuk, sontuosa rievocazione della grande battaglia.

La “cravate” dell’Imperatore

Nel corso dell’incontro di sabato 28 febbraio presso l’Archivio di Stato di Lucca dedicato al bicentenario della partenza di Napoleone dall’isola d’Elba, promosso in collaborazione con il Mibact, la Provincia di Lucca, il Real Collegio, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e di privati, coordinato dal giornalista e conduttore televisivo Paolo Del Debbio è stato mostrato un particolarissimo oggetto che l’Imperatore, nella fretta dei preparativi della fuga, dimenticò: la sua “cravate”

Si tratta di un accessorio di pregiatissima fattura, di finissima batista bianca, che misura circa 70×70 centimetri, che reca agli angoli la “N” sormontata dalla corona imperiale e un decoro. È la prima volta, dopo due secoli, che tale indumento intimo viene presentato al pubblico. La data della sua presentazione è stata scelta proprio per il suo collegamento con gli ultimi eventi elbani di Napoleone. Quando, la sera del 26 febbraio 1815, l’Imperatore fuggì dall’Elba per il ritorno in Francia, questa cravate rimase sotto uno dei cuscini della sua camera da letto.

Uno dei servitori dell’Imperatore ne capì subito l’importanza e la prese in custodia. Per più di mezzo secolo la cravatta fu conservata dalla sua famiglia, che la trattò come una reliquia di grande valore. Nel settembre del 1882, le ultime due discendenti del fortunato servitore vollero farne dono alla nobildonna inglese Maria Luisa Bayard, che aveva sposato il generale Manlio Bettarini, aiutante di campo di Vittorio Emanuele II. Da allora la cravatta è sempre rimasta alla famiglia Bettarini e da questa è passata alla famiglia Castellani, di Livorno, sua erede diretta.

Questo preziosissimo oggetto rappresenta uno dei più importanti documenti napoleonici conservati in Toscana ed è di grande significato che faccia la sua apparizione pubblica a Lucca, ormai riconosciuta come una delle capitali del sistema Imperiale napoleonico.

Il disvelamento del suo valore e della sua identità si devono alle informazioni storiche, anche recenti, frutto del progetto di studio che l’associazione lucchese porta avanti da anni, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dalla Fondazione Livorno.

Con questa iniziativa Lucca conferma un ruolo che l’associazione “Napoleone ed Elisa: da Parigi alla Toscana” è riuscita ad accreditare nel più qualificato circuito dei cultori e degli appassionati di storia napoleonica.

Non è certo un caso che a parlare del valore della scoperta ed a garantirne l’interesse storico da Parigi sia giunto Bernard Chevallier, una delle massime autorità mondiali in ambito di studi napoleonici e direttore onorario del Musée Nationaux de Malmaison et Bois-Préau. La sua venuta a Lucca dimostra la grande attenzione che in Francia si rivolge alle iniziative lucchesi, delle quali anche di recente si è parlato a Parigi in un prestigioso incontro al Consolato italiano. 

È molto raro, oggi, trovare ancora oggetti sconosciuti appartenuti a Napoleone ed è ancora più difficile reperire materiali relativi alla sua presenza in Toscana”, spiega Roberta Martinelli, già direttore del Museo nazionale delle Residenze napoleoniche dell’isola d’Elba. Se oggi la cravatta di Napoleone può essere presentata al pubblico al massimo del suo fascino è grazie al lavoro realizzato da Domenica Digilio e Giacinto Cambini della dittaRestauro e studio tessile” Lucca e Pisa.

Questo oggetto molto raro – scrive Chevallier nella sua relazione – è una cravatta utilizzata da Napoleone durante la sua permanenza all’Elba. La cravate è un taglio di tessuto di grandi dimensioni, generalmente quadrato, che misura dai 60 ai 70 cm per lato e che si annodava intorno al collo in molti modi diversi, come si può vedere nei numerosi ritratti maschili dei primi anni del XIX secolo. Non bisogna confondere la cravatta con il fazzoletto da naso, che era sempre di taglia più piccola. Per Napoleone, come per le classi sociali più alte, il tessuto con cui venivano confezionate le cravatte era sempre in mussola delle Indie o batista, cioè un tessuto di lino di grande finezza. Per esempio, per la cerimonia del Sacre l’Imperatore indossò delle lussuose cravatte accompagnate da colli e polsini in pizzo che costarono la somma esorbitante di 4.000 franchi”.

Dove e chi realizzava questa cravatte? “Questi accessori – prosegue il direttore onorario – erano stati forniti dalle Signorine Lolive di Beuvry et Compagnie, fornitrici esclusive della biancheria dell’Imperatore e dell’Imperatrice. Il loro negozio era a Parigi, al 61 di rue Neuve de Petits Champs. La prima fattura che conosciamo è datata 1 agosto 1805 e riguarda una fornitura di 32 aunes di mussola (una aune equivale più o meno a 118 cm) per un importo di 768 franchi. Per confezionare quattro dozzine di cravatte, cioè 48 cravatte, si considerava una spesa di 9 franchi per ogni dozzina.
Il primo inventario del guardaroba di Napoleone arrivato a noi è datato 1811, e sotto la voce numero 42 troviamo “sette dozzine di cravatte bianche”. Le “lingeriste” fornivano ogni anno due dozzine di cravatte bianche che dovevano durare sei anni. Napoleone non si prendeva molta cura della sua biancheria, che era regolarmente lavata dalla signora Durand al costo di 20 centesimi per cravatta.
Le fatture, oggi conservate agli Archives nationales, attestano numerose forniture di cravatte come, per esempio, sei dozzine nel 1808 e ben tredici dozzine nel 1812 prima di partire per la campagna di Russia”.

La cravate di Napoleone.  (ph. Beatrice Speranza).

La cravate di Napoleone.
(ph. Beatrice Speranza).

Durante i suoi due esili, all’isola d’Elba e a Sant’Elena, Napoleone ne porterà molte con sé e l’inventario della biancheria, redatto nel 1821 dopo la sua morte dal valet de chambre Marchand, ne elenca ancora sei che saranno divise tra i suoi fratelli e sorelle: ognuno di loro ne riceverà una come ricordo. Oltre a questa cravatta ne conosciamo soltanto un’altra, identica, conservata al Musée de l’Armée di Parigi e che ha negli angoli ricamata la lettera N sormontata dalla corona imperiale”.