Tutti al mare!

Intorno al XVIII secolo le classi dominanti d’Europa iniziarono ad apparire sulle zone costiere come villeggianti. Inghilterra, Germania e Francia del Nord furono le prime località in cui si sviluppò il turismo estivo che ricercava zone ventose, fresche e con un’elevata concentrazione salina nell’aria. Questi fattori funzionarono da calamita per i nobili alla continua ricerca di benessere e salute per se stessi e per la propria famiglia.

L’alba del turismo balneare giunse quando, per curare sinusiti, raffreddori e mali urbani, i medici consigliarono terapie a base di “aria di mare” considerata balsamica e terapeutica per le patologie causate dalla vita urbana. Il buono stato di salute e l’animo temprato dal mare di pescatori e abitanti dei litorali, già noti ai tempi di Ippocrate, furono il pretesto principale per la rivalutazione delle coste e dei litorali. La popolazione locale si attivò, adocchiando la possibilità di guadagno nell’affitto delle proprie stanze o abitazioni ai villeggianti, adattandosi così alla presenza dei turisti e alle loro necessità. Gli alloggi erano affittati o ceduti in base alla disponibilità e alla richiesta. In questo modo il pescatore si convertì professionalmente gestendo le prime locande, oppure si dedicava al commercio di souvenir quali conchiglie, pesci, modelli di navi e scialuppe, tutto quello che potesse ricondurre al mare e alla località turistica, diventando il pioniere di una nuova economia. La Toscana non fu da meno, quando intorno alla fine del XVIII secolo località come Livorno divennero meta del turismo marittimo aristocratico essenzialmente per la salubrità dell’aria che si respirava nei dintorni della città. Proprio a Livorno Carlo Goldoni vi ambientò la “Trilogia della Villeggiatura” mentre lo scrittore Tobias Smollett trascorse a Villa Gamba l’ultimo periodo della sua vita. Sempre a Livorno, nel 1803 Maria Luisa di Borbone, infanta di Spagna che come ben sappiamo diventerà reggente della corona d’Etruria, poi duchessa di Lucca, si farà scavare una vasca naturale nella scogliera dei Mulinacci, vicino a Porta a Mare, che diventerà lo Scoglio della Regina. Nel 1810 la Granduchessa di Toscana Elisa Baciocchi, si farà costruire una cabina personale proprio lungo la Via dei Cavalleggeri, la lunga strada litoranea che da Livorno attraversa Piombino, il Golfo di Baratti giù fino all’Argentario; “dove le acque sono più vive e meglio battute”.

Nel 1816 arriverà a Livorno anche Maria Luisa d’Austria, ex moglie di Napoleone ed ex regina di Francia sotto il falso nome di contessa di Colorno insieme al suo nuovo fidanzato, il barone Neipperg. Tra gli altri nomi celebri che frequentarono la città e il suo mare ricordiamo Mary e Percy Bysshe Shelley, Ludwig Tieck, Bertel Thorvaldsen e George Gordon Byron che aveva la sua villa proprio su colle di Montenero. Il successo di Livorno continuerà per il resto del secolo. Nel 1835 vengono costruiti i famosi Casini di Ardenza e vengono sviluppati i viali a mare.
Nel 1840 vengono costruiti da Giuseppe Santi Palmieri, i bagni “Acquaviva” vicino all’Ardenza.
Nel 1846, poco distanti dagli Acquaviva, verranno costruiti i Bagni Pancaldi, edificati da Vincenzo Pancaldi sulla punta estrema della antica Cala dei Cavalleggeri, frequentata da Granduca Leopoldo II di Lorena.
Nel 1870 i Pancaldi ottenero il titolo di Bagni Regi per le frequenti visite del Principe Amedeo di Savoia e della consorte Maria Vittoria.

Le due strutture verranno in seguito unite nel 1924 creando  il complesso che l’Indicatore Tascabile del 1925 ricorda come Lo stabilimento più grandioso del mondo.
Il bagno di mare, fino ad allora utilizzato a scopo terapeutico e solo per immersione, diventerà un esercizio natatorio per mantenersi in salute e un’interessante occasione per incontri mondani.

Bagni, cappelli ed esili: ecco le Conversazioni Napoleoniche 2017

LUCCA – Bagni di terra e di mare, cappelli che sono diventati mito e il mito dell’esilio, al tempo di Napoleone e Elisa. Ecco gli argomenti dell’undicesima edizione delle Conversazioni Napoleoniche, appuntamento culturale dell’agosto lucchese che si svolge nell’ambito del progetto “Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa”, ideato da Roberta Martinelli con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione di Livorno.

Appuntamento lunedì 21, martedì 22 e mercoledì 23 agosto al fresco del chiostro di San Micheletto (centro storico, Lucca), sempre alle 21,30 a ingresso libero, per tre incontri che presenteranno aspetti inediti frutto di costanti ricerche negli archivi lucchesi e francesi sulle tematiche del costume e del “mito” dell’imperatore e della famiglia, e sulle tracce lasciate dalla loro presenza a Lucca e in Toscana.

L’iniziativa è stata presentata alla stampa dall’assessore alla cultura del Comune di Lucca, Stefano Ragghianti, da Vittorio Armani, in rappresentanza della Fondazione Crl, e da Roberta Martinelli, ideatrice del progetto, insieme ai relatori Velia Gini Bartoli, Simonetta Giurlani Pardini e Pier Dario Marzi.

Prosegue l’indagine sul ruolo di Elisa Bonaparte Baciocchi come precorritrice dei tempi, nel campo della salute e dell’utilizzo della mondanità come luogo di costruzione del consenso, nella conversazione di lunedì 21 agosto tenuta da Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini. E sempre di arte di costruire il consenso si parla, martedì 22 con Peter Hicks della Fondation Napoléon di Parigi: l’incontro dal titolo Il cappello di Napoleone. Nascita di un’immagine progettata per diventare mito” darà risposte alle domande: come mai Napoleone decise di presentarsi sempre con un determinato “brand”? Quando e perché scelse di indossare il cappello, trasformandolo in un vero e proprio mito? Mercoledì 23 Pier Dario Marzi, grazie alla collaborazione con il Cineforum Cinit Ezechiele 25,17, affronterà gli esili che hanno caratterizzato la vita di Napoleone, per come li ha visto il cinema, con la visione di spezzoni di film a lui dedicati.

Le conversazioni del 2017 hanno ricevuto l’accredito della Fondation Napoléon e del Souvenir napoléonien di Parigi, che ne hanno divulgato il programma sui loro siti seguiti da centinaia di migliaia di appassionati.

Come di consueto, tutti sono invitati ad unirsi alle serate per scoprire atmosfere e curiosità del passato gustando anche qualcosa di fresco, gentilmente offerto dalla Pasticceria Pinelli, sponsor dell’iniziativa

 

Il programma nel dettaglio

Lunedì 21 agosto alle 21,30: “Bagni di terra, bagni di mare. Essere e benessere al tempo di Napoleone”. Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini parleranno della rinnovata importanza delle acque per la salute e il benessere, e della mondanità che si sviluppa a partire dai luoghi consacrati al “salus per aquam”.
Nella prima parte della conversazione, l’architetto Gini Bartoli parlerà dell’arrivo a Livorno, nelle estati di fine Settecento, della parte mondana della Toscana granducale che risiedeva nelle importanti ville di Montenero, ma non solo, e della prima bagnante particolarmente nota: Maria Luisa, infanta di Spagna. In seguito, la reggente della corona d’Etruria, poi duchessa di Lucca, nel 1803 si farà scavare a colpi di piccone una vasca naturale nella scogliera dei Mulinacci, vicino a Porta a Mare, che da quel momento si chiamerà Scoglio della Regina. Nel 1810 sarà Elisa Baciocchi, granduchessa di Toscana, a farsi costruire una cabina personale proprio sulla spiaggia della Cala dei Cavalleggeri, “dove le acque sono più vive e meglio battute”. Infine, nel 1816 arriverà a Livorno anche Maria Luisa d’Austria, ex moglie di Napoleone ed ex regina di Francia (ora in incognito come contessa di Colorno) in compagnia del fidanzato barone Neipperg. Il bagno di mare, fino ad allora utilizzato a scopo terapeutico e solo per immersione, diventerà un esercizio natatorio per mantenersi in salute ma, soprattutto, un’interessante occasione per fare sfoggio di mondanità.
Nella seconda parte, Simonetta Giurlani Pardini racconterà il rapporto fra mondanità e frequentazione dei bagni di terra: le terme. Prima della Rivoluzione, la città di Parigi possedeva 9 bagni pubblici, molto frequentati ma anche molto lontani dagli standard che offriranno quelli di inizio Ottocento, che erano invece nuovi, elegantissimi stabilimenti termali fra cui il famoso Bains Vigier. Con l’epoca napoleonica, oltre all’affermazione di un nuovo concetto d’igiene in cui l’acqua viene scoperta potente alleata per la salute, i bagni termali assumeranno anche un ruolo diverso, di luoghi di mondanità. A bordo vasca delle più famose stazioni, come  Vichy o Plombieres, oltre che a Parigi, da allora in poi si ritroverà infatti il bel mondo europeo, magari per partecipare a un “bagno nuziale”, il “moderno” addio al celibato. Anche per Elisa Bonaparte divenne consuetudine giovarsi dei benefici delle acque termali di Bagni di Lucca, dove come in ogni altro luogo termale venivano organizzate numerose serate di svago. Tra le attività previste, il gioco delle carte: oltre alle nuove regolamentazioni sul gioco, Napoleone si preoccupò anche di commissionare al pittore David una nuova grafica per le carte da gioco, i cui requisiti dovevano essere l’eleganza dei disegni e una lavorazione che le rendesse difficilmente riproducibili, per evitare le frodi.

Martedì 22 agosto alle 21,30: il docente universitario di storia, storico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondation Napoléon di Parigi, Peter Hicks, racconterà Il cappello di Napoleone. Nascita di un’immagine progettata per diventare mito”.
Quando, Napoleone, ha adottato il suo celebre cappello? E perché ha deciso di indossarlo “nel modo sbagliato”? Si trattava sempre dello stesso cappello? Possiamo parlare di una “politica del cappello”?
Ben prima dell’ossessione moderna per il “brand”, Napoleone creò per sé un’identità visiva inimitabile e inconfondibile, soprattutto attraverso il suo modo di vestire, il “look”, diremmo oggi. Questa identità visiva gli serviva a confortare la sua ambizione ossessiva, suo appetito enorme per il lavoro e un bisogno quasi patologico di comunicare al mondo la storia della sua vita e delle sue azioni. Napoleone era soprattutto ossessionato dal potere: diceva che lo usava come un virtuoso suona suo violino. Significative, in questo senso, sono le parole di Napoleone stesso sul tema dell’aspetto, come riportate dal suo primo segretario, Bourrienne: “Devi parlare agli occhi della gente. Il capo del governo deve attirare lo sguardo di ognuno, in ogni modo possibile.”  Quintessenza del “brand” napoleonico, più del famosi cappotto, dell’uniforme del colonnello con la mano nella giacca, era il suo cappello.
Eppure, esistono poche prove  che mostrerebbero la manipolazione di Napoleone della sua immagine. Stranamente, pochi hanno scritto sul soggetto: motivo in più per affrontare un argomento che, ancora, può rivelarci l’uomo.. e il mito. 

Mercoledì 23 agosto alle 21,30 Pier Dario Marzi, grazie alla collaborazione con il Cineforum Cinit Ezechiele 25,17, affronterà il tema Fu vera gloria? Fra epica e malinconia, il cinema racconta gli esili di Napoleone”.
La vita di Napoleone è stata, se guardata da un certo punto di vista, un lungo ed indefinito esilio, che l’imperatore francese in parte si impose ed in parte subì. La morte a Sant’Elena non fu che l’ultimo episodio di questa vita errante conclusa con l’esilio definitivo in un’isola fuori dal mondo. Ma non si possono dimenticare i 100 giorni all’isola d’Elba e gli altri esili (a partire da quello dall’isola natia nato con una leggendaria e rocambolesca fuga) più o meno voluti e cercati (le stesse campagne militari interminabili viaggi lontani da casa e dalla patria).
Il cinema ha raccontato Napoleone nel suo vagare per il mondo accentuando ora l’elemento malinconico, ora  quello epico e quello drammatico del titano costretto alla fuga e alla solitudine. Una carrellata di sequenze tratte da pellicole delle diverse età del cinema ci riproporrà l’immagine di un Napoleone più intimo ed introspettivo di quello che l’agiografia del condottiero ha teso ad oscurare.

Dove è l’Imperatore lì è l’Impero

Napoleone. Imperatore, imprenditore e direttore dei lavori all’isola d’Elba” (Gangemi editore, Roma, 2014), è il volume firmato da Roberta Martinelli e Velia Gini Bartoli che raccoglie il frutto di quasi 10 anni di ricerche compiute sulle residenze napoleoniche dell’isola d’Elba e finalizzate in particolare alla restituzione dell’identità imperiale al Palazzo dei Mulini di Portoferraio.

Sarà presentato nei locali di Fondazione Livornolunedì 24 marzo alle 17,30 dalle autrici Roberta Martinellidirettore dei Musei Nazionali delle Residenze Napoleoniche dell’isola d’Elba presso il Ministero dei beni e le attività culturali 1998-2013 e coordinatore gruppo di studi internazionale per il bicentenario dell’arrivo di Napoleone all’isola d’Elba, autrice del volume e Velia Gini Bartoli, architetto e storica dell’architettura. Interverranno il senatore Andrea Marcucci, presidente della Commissione permanente Istruzione pubblica e beni culturali del Senato della Repubblica, Luciano Barsotti, presidente di Fondazione Livorno, Arturo Lattanzi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, Sergio Valzania, vicedirettore di Radio Rai e storico. 

Un libro tutt’altro che scontato, dal momento che svela finalmente il palazzo dei Mulini nella sua essenza napoleonica, riportandolo all’impronta architettonica, logistica, funzionale e cromatica che l’imperatore aveva voluto dargli, e lo fa riscoprendo finalmente tutte le perfette analogie con le residenze napoleoniche sparse per l’Europa e restituendo verità alla storia del Palazzo.

Il coraggio di una scelta: riportare Napoleone nelle residenze e restituire le residenze a Napoleone

Le autrici si sono confrontate con il progetto ambizioso di “correggere due secoli di errori e di leggende” riguardanti le residenze di Napoleone all’isola d’Elba, come spiega nel suo saggio introduttivo Bernard Chevallier (uno dei maggiori esperti mondiali di storia napoleonica ed ex presidente della Fondation Napoléon di Parigi), il primo dei quali fu commesso proprio dallo Stato Italiano nel 1927 dopo l’acquisizione dei Mulini. Solo negli ultimi anni – spiegano le autrici – si è avvertita, da chi aveva la responsabilità di conservare e valorizzare questo bene di straordinario valore storico, la necessità di dotarsi del supporto di un’indagine scientifica che permettesse di capire quale era lo stato effettivo della residenza ‘imperiale’ dei Mulini, così come Napoleone l’aveva progettata e realizzata. Non si era infatti mai indagato su quanto complesse fossero le modalità con le quali Napoleone organizzava i luoghi in cui viveva, anche temporaneamente, codificandole fin dall’inizio dell’Impero con l’istituzione della Maison de l’Empereur, e dell’Etiquette Imperiale. Pigrizia culturale e supponenza hanno finito così per consolidare l’immagine di un Imperatore prigioniero, afflitto e sconfitto, confinato in una residenza di modeste dimensioni. Ha così prevalso una ‘vulgata’ alimentata dalla tradizione orale e da una pubblicistica aneddotica che ha finito per condizionare ogni approccio con il patrimonio napoleonico dell’Elba, che non ha mai convinto gli studiosi e che lasciava interdetti i visitatori, soprattutto stranieri”. In definitiva, per azzardare una sintesi efficace, le autrici hanno puntato, con coraggio e determinazione, a riportare Napoleone nelle residenze e restituire le residenze a Napoleone.

Dove è l’imperatore è l’Impero

Il volume, in vendita nelle librerie al costo di 18 euro, è accompagnato dalla prefazione di Luigi Mascilli Migliorini, il più importante storico italiano dell’epoca napoleonica e membro dell’Accademia dei Lincei, che scrive: “All’Elba sembra recitarsi un copione in tono minore. Una commedia italiana si sarebbe quasi tentati di dire, di fronte alle due grandi tragedie che si mettono in scena nelle due terre delle memorie più struggenti: quella delle origini e quella della fine. Colpa, o meglio responsabilità anche degli storici, che si sono, certo, occupati dei dieci mesi di Napoleone all’Elba. Ma nessuno tra loro ha mai ritenuto necessario guardare a fondo. La pazienza di capire è la virtù tenacemente esercitata da Roberta Martinelli e Velia Gini Bartoli nell’affrontare e nel risolvere i non pochi problemi che hanno accompagnato il progetto di restauro della residenza napoleonica a Portoferraio. Qui, nella Villa dei Mulini, ritorna, come sotto la tenda di Austerlitz o nei saloni delle Tuileries, l’antico messaggio: dove è l’Imperatore lì è l’Impero”. Ancora per sottolineare il ruolo chiave del soggiorno elbano di Napoleone, nel suo testo Chevallier sottolinea come durante l’esilio all’Elba “Napoleone recitasse uno parte, facendo credere a tutti che si trovasse magnificamente all’Elba, dove contava di trascorrere il resto dei suoi giorni. Voleva che tutto fosse come alle Tuileries ed impose ancor più che a Parigi l’etichetta del palazzo imperiale pubblicata da lui stesso nel 1806, per evitare eccessi di familiarità che non avrebbe sopportato”. Appare allora evidente come tutti i cambiamenti progettati e fatti realizzare fossero tesi a rendere i Mulini il suo palazzo imperiale. E in questo lavoro di ricostruzione dell’identità napoleonica dei Mulini, condotto dalle autrici, un ruolo fondamentale l’ha avuto la costituzione di un gruppo di lavoro internazionale composto da storici, ricercatori e storici dell’arte che è stato in grado di mettere insieme documenti inediti tali da completare, con l’inventario dei mobili delle residenze imperiali pubblicato nel 2005 nell’ambito del progetto del bicentenario, il vero quadro della situazione.