Napoleone ed Hermès: La Grande Armée

Alla fine degli anni trenta del Novecento Emile Maurice Hermès iniziò a personalizzare le sciarpe stampate da donna con soggetti inediti e singolari.emile maurice hermès Tra i carrés creati dalla Maison tra il 1937 e la metà degli anni 80, molti presentano soggetti militari riguardanti il Primo Impero. Il carré denominato La Grande Armée si ispira ad una importante raccolta di soldatini di Strasburgo che indossano uniformi Primo Impero, realizzati in cartone ritagliato e acquerellato, meglio conosciuta come Collezione Wurtz (1840) oggi conservata al Musée de l’Armée di Parigi. La Grande Armata fu creata da Napoleone nel 1803 a Camp de Boulogne.  L’originalità di questa organizzazione consisteva nella sua suddivisione in corpi d’armata e la sua vera forza era nella flessibilità poiché, anche se i corpi erano indipendenti tra di loro, potevano rapidamente riunirsi sui diversi campi di battaglia attraverso i collegamenti garantiti dagli aiutanti di campo. Oltre a formare un corpo di soldati scelti, la Grande Armata era anche un abile progetto politico, un tentativo per attirare la gioventù delle famiglie nobili, rientrate in Francia dopo l’esilio, e così ricostituire una guardia elitaria proprio come avveniva sotto l’Ancien Régime. Napoleone aprì largamente le porte dell’Armata all’aristocrazia, in particolare quelle unità di cavalleria come gli “hussards de Bonaparte”, formata alla vigilia della campagna d’Italia del 1796, e quella del 1806 formata dal maresciallo Kellerman con due compagnie del prestigioso corpo dei “gendarmes d’ordonnance de la Maison de l’Empereur”. Il carré rappresenta diversi plotoni di fanteria riconoscibili da sinistra in alto e proseguendo in senso orario come: guardia imperiale-fucilieri, guardia imperiale-granatieri detti olandesi, guardia imperiale-sapeurs du génie, cacciatori a piedi della guardia, guardia imperiale granatieri a piedi, guardia imperiale-artiglieria a piedi.  Al centro, sotto Napoleone e i colonnelli-generali, le truppe dei sapeurs in tenuta da parata. Schierati ai lati di Bonaparte, da sinistra verso destra, i quattro colonnelli-generali nominati il 18 maggio 1804: Louis-Nicolas Davout, duca d’Auerstaedt e principe d’Eckmuhl, Jean de Dieu Soult, duca di Dalmazia, Adolphe-Edouard Mortier, duca di Treviso e Jean-Baptiste Bessiéres, duca d’Istria.

grande armée

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Cioccolata a colazione

Il cacao fu portato in Europa dai conquistadores spagnoli nel XVI secolo e utilizzato fino al XVII come medicinale. Come il caffè anche il cioccolato, bevanda ricavata dalla lavorazione del cacao, si guadagnerà un posto di riguardo negli ambienti aristocratici del XVIII secolo tuttavia, a differenza del caffè, a causa del costo eccessivo, il cioccolato sarà per lungo appannaggio delle classi più elevate. Comparso a Lucca intorno al 1719, il cioccolato divenne presto la bevanda della prima colazione per eccellenza e il suo utilizzo nella preparazione di dessert è attestato nel libro di ricette di Pietro Santi Puppo, cuoco del Palazzo del Consiglio. Agli inizi del XIX secolo il consumo di cacao a Lucca appare superiore a quello di caffè.  Divenuto una vera e propria moda presso la nobiltà e la ricca borghesia, si elaborò un vero e proprio galateo relativo alla preparazione e al consumo della bevanda. Nell’Inventario Generale di tutti i mobili esistenti nel Pubblico Palazzo di Lucca del 1814, compaiono numerosi oggetti legati al consumo di cioccolata, che appare in proporzione maggiore rispetto a quello del caffè. Nel corredo di Elisa erano presenti due diversi tipi di serviti da cioccolata ovvero le “tazze” o “chicchere” per servire la bevanda liquida, calda o fredda e i “vasetti” dotati di manico, utilizzati per la mousse.

L’Impero del Caffè

Giunto a Venezia nei primi anni del 600, il caffè si diffonderà rapidamente nel resto d’Europa. Nella prima metà del XVIII secolo ogni città aveva almeno una “coffee house”. L’iniziale diffidenza verso questa bevanda fu presto vinta, alla fine del 700 il caffè era simbolo per eccellenza del vivere aristocratico e nel XIX secolo divenne accessibile anche ai ceti inferiori. Vennero a crearsi luoghi appositi dove poter gustare la bevanda e scambiarsi idee, i cosiddetti “Caffè” che divennero per antonomasia luogo di diffusione di idee politiche, usi e costumi. Nei caffè si discuteva di filosofia e sempre nei caffè si progettavano le rivoluzioni.

Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo a Lucca si contavano otto botteghe del caffè, tra cui ricordiamo il Buon Gusto, L’Italia e il Caffè di Luigi Lembi alla Pantera. Tali luoghi si fornirono presto anche di biliardi e tavoli da gioco per attirare la clientela. L’uso di servirlo a colazione come bevanda mattutina, mescolato al latte fu abbastanza tardivo, solitamente il caffellatte si beveva nel gouter, ovvero la merenda pomeridiana. Ai tempi di Elisa  l’atto di “prendere il caffè” aveva un ben preciso significato sociale che andava al di là del consumo e che stava nell’importanza dello status che accomunava coloro che potevano permetterselo. Il consumo del caffè richiedeva infatti un apposito servizio ed era regolato da tutta una serie di procedure, dal modo di disporre le posate a quello più corretto di maneggiare il cucchiaino, divenendo un vero e proprio rituale. In epoca napoleonica, presso le famiglie aristocratiche la colazione era servita a partire dalle otto del mattino e comprendeva un bricco di thè, caffè o cioccolata insieme ad un piccolo pane al latte detto  flute o a tartine di pane tostato.

Questa prima colazione era detta “a la tasse” alla tazza, per distinguerla da quella “a la forchette”  una via di mezzo tra il pranzo di mezzogiorno e il brunch dove si servivano carni e altre pietanze, abitudine questa nata a Parigi negli anni del Direttorio, ovviamente la bevanda di fine pasto sarà sempre il caffè. Nel Palazzo Ducale di Lucca nonché nelle altre residenze di Elisa, erano numerosi gli oggetti legati al consumo di caffè, dagli utensili per la tostatura e la macinatura ai preziosi serviti provenienti soprattutto da manifatture illustri come Sèvres e Ginori.

I gioielli dell’Impero

Le campagne napoleoniche in Italia e in Egitto contribuirono a riportare in auge gli echi della gioielleria romana, etrusca, greca ed egizia che diverranno caratteristiche fondamentali di quello che passerà alla storia come Stile Impero. Napoleone fu amante del lusso e non ne fu estranea come ben sappiamo neppure la moglie Giuseppina, paladina di una nuova, sfarzosa ed eclettica moda di corte. Impadronitosi di quel che restava dei gioielli della corona borbonica, Napoleone li fece modificare e riadattare per la moglie da alcuni gioiellieri, celebre la ditta Nitot&Fils. Rivisitando la gioielleria del passato si realizzarono tiare di diamanti e pietre preziose, corone di alloro in foglie d’oro e diamanti, anelli e bracciali, gemme intagliate e cammei. Un importante esempio di questa tendenza si ritrova in una parure in malachite, attribuita a Nitot&Fils. Acquistata da Martial Lapeyre a New York tra il 1979 e il 1980, ed esposta all’isola d’Elba  in occasione della mostra Napoleone. Fasto Imperiale, è un rarissimo esemplare completo di diadema, spille, collier broche, pendente, braccialetti e cintura, molto probabilmente appartenuto a Giuseppina o alla moglie del figlio Eugenio, Auguste Amélie prima di passare alla nipote Amélie Auguste Eugénie de Leuchtenberg, futura imperatrice del Brasile. Con la Restaurazione, la nobiltà ritornerà al potere, austera e impoverita. I diamanti e le gemme preziose saranno sostituiti da pietre quali topazi o turchesi, belle ma più economiche e, complice la continua emulazione del passato, tornerà di moda la filigrana, una tecnica che permetteva di realizzare un maggior numero di gioielli con una minore quantità d’oro.